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“Il mio stipendio non è abbastanza!”

Il tuo capo probabilmente non ti sta pagando per quello che vali.
Ti pagano invece secondo quanto loro
pensano tu valga

Casey Brown

Se lavorate in azienda sono pronta a scommettere che almeno una volta avete pensato: “Il mio stipendio non è abbastanza per fare tutto questo“.

Per quanto sia brutto ammetterlo è il nostro stipendio che determina “quanto valiamo”, sebbene questo abbia poco a che fare con il nostro valore. E, di conseguenza, che capacità di spesa e livello di vita possiamo permetterci.

Spesso le nostre competenze reali (non il solo CV!) non ci sono totalmente riconosciute e nei nostri ruoli impieghiamo solo parte delle nostre abilità. Allo stesso modo, non ho problemi ad ammetterlo, in alcuni momenti ho pensato che le aziende in cui lavoravo avrebbero dovuto puntare su qualcuno migliore di me per ottenere risultati migliori in certe situazioni.

Questa sensazione ha un nome ben preciso: “Sindrome dell’impostore“, per chi volesse fare un ripasso lascio il link all’articolo qui.

Capita poi di fare confronti con i nostri amici e colleghi: per lavori simili o a parità di percorsi di studio non è raro trovare delle grosse disparità di stipendio.

Ma questo significa che il nostro valore sia così differente?

Ci siamo mai chiesti, onestamente, quanto valgono le nostre personali competenze secondo noi e non secondo la nostra azienda?

E’ la domanda a cui da risposta la consulente per il pricing Casey Brown che ha fatto questo calcolo sulla sua pelle scoprendo di essere enormemente sottopagata. E ha deciso di cambiare le cose.

Il video che segue è in inglese, ma con sottotitoli in italiano. Se non fossero già attivi basta lanciare il video e cliccare sull’icona in basso a destra a forma di “fumetto rettangolare”, selezionando poi “italiano

Casey Brown – Il tuo stipendio rispecchia quanto vali?

Stipendi: come calcolare quanto “valiamo attualmente”?

La prima, semplicissima, cosa da fare è calcolare quale sia il nostro tariffario orario in funzione del lavoro che facciamo.

Basta prendere il nostro stipendio lordo, moltiplicarlo per le mensilità di cui godiamo e dividerlo per i giorni lavorativi annuali.

Fatto ciò non resta che dividerlo per le ore lavorative retribuite, e qui già c’è la prima differenza: vi invito a fare il calcolo per le ore del vostro contratto (tipicamente 40 settimanali, ma variano a seconda dell’impiego) e poi a ripeterlo per le ore “realmente” lavorate, ossia straordinari non retribuiti (mail che preparate nel weekend, presentazioni che finite a casa la sera, documenti che leggete in tram prima di andare al lavoro).

Spero che la differenza tra i due numeri non sia troppo elevata! In ogni caso avete ora idea di quando valore attribuisce la vostra azienda al vostro lavoro.

Ve lo aspettavate?

Se voleste confrontarlo con i dati delle retribuzioni medie italiane vi rimando a questa pagina dell’Istat : questo è un buon indicatore di base per capire come viene percepito il vostro valore.

E come agire di conseguenza.

Come fare per aumentare il proprio valore

Se facendo il calcolo vi siete accorti che la paga oraria che percepite non è adeguata alle vostre competenze potete seguire due strade:

  1. La prima è piangersi addosso e lamentarsi che non ci pagano abbastanza. Questo atteggiamento deriva da due situazioni:
    • Non crediamo insitamente di valere più di quanto ci pagano
    • Siamo in una comfort zone da cui abbiamo difficoltà ad uscire. In questo caso un rimedio c’è: ne ho parlato in questo articolo
  2. La seconda è impegnarsi per esser pagati per il proprio valore. Vediamo come.

Definire il proprio valore

In primis dovete definire qual è il vostro valore: quale valore aggiunto producete per l’azienda, quale plus riuscite a dare rispetto alle altre persone. Identificate le vostre caratteristiche vincenti ed evidenziatele, soprattutto se il vostro attuale lavoro non vi consente di utilizzarle.

Mostrate a voi stessi in primis quale delle vostre azioni ha prodotto un valore reale per l’azienda.

La parte più ardua: pretendere il nostro valore

Una volta consci del valore che producete (e quindi del vostro valore) avete tutte le carte per dimostrare i frutti del vostro impegno e il fatto che non venga valutato abbastanza. Ebbene la cosa più ovvia quanto difficile da fare è: chiedere di esser retribuiti adeguatamente per il nostro lavoro.

Non si tratta di andare semplicemente a chiedere un aumento, cosa nemmeno molto scontata per alcune persone: spesso ci si “vergogna” di chiedere, e ben poche aziende hanno politiche salariali che premiano autonomamente i buoni risultati dei dipendenti con aumenti annuali.

La richiesta deve essere giustificata da risultati che vanno adeguatamente presentati: dobbiamo mostrare il valore aggiunto che diamo all’azienda (quanto preparato in precedenza) e chiedere, con serenità e senza presunzione, che la nostra retribuzione venga allineata.

Mostrate il vostro valore e rapportatelo alla paga oraria attuale (reale!): lasciate poi al vostro interlocutore la possibilità di valutare se lo ritiene adeguato.

Fatto ciò le possibilità sono due:

  • L’interlocutore riconosce quanto dimostrato da voi, e vi accorda l’aumento: obiettivo raggiunto!
  • L’interlocutore non riconosce quanto accordato, per le motivazioni più diverse: parità di retribuzione con vostri colleghi, impossibilità di impegnarsi dell’azienda in questo momento storico. Oppure con una spiegazione puntuale del perché la vostra analisi non sia “oggettiva” come voi ritenete.

In entrambi i casi avrete ottenuto un ottimo risultato: avete fatto un’auto-analisi delle vostre competenze e, in caso di feedback negativo ma “giustificato”, avete un quadro chiaro di ciò che desiderate e ciò che dovete migliorare per incrementare il vostro valore.

Siete quindi pronti per migliorare o per cercare di vendere le vostre competenze altrove.

Sapete quanto valete: non abbiate paura di pretenderlo.

L’imprinting del primo lavoro

Una cosa che ho notato confrontando la mia esperienza con quella di altri colleghi è quanto sia forte l’imprinting del primo lavoro sullo stipendio.

Mi spiego: se il primo lavoro lo svolgete in un’azienda con le “braccine corte” si sviluppa un pensiero simil-Sindrome di Stendhal: esso porta ad avere un senso di gratitudine verso l’azienda come se dovessimo ringraziare per l’opportunità che ci sta dando (e per lo stipendio). Tipicamente l’incremento di stipendio i queste aziende è molto limitato negli anni.

Chi invece ha iniziato a lavorare in aziende che privilegiano il welfare e il work-life balance degli impiegati, è portato a pensare che gli aumenti o i benefit siano “la norma” anche se non ci si impegna più di tanto nell’eccellere.

Quando ci accingiamo a fare l’autovalutazione del nostro valore dovremmo cercare di essere oggettivi in questo: facciamo si di valutarci per quello che noi siamo, non per come l’azienda ci potrà valutare o trattare.

E, una volta cosci di questo, scegliamo e tendiamo a raggiungere l’azienda con le caratteristiche che più si avvicinano alle nostre attitudini.

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infografica il tuo stipendio rispecchia quanto vali
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