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L’importanza dei nostri dati: il trattamento dati personali

Di trattamento dati personali ne sentiamo passivamente parlare ogni giorno. Ma vi faccio una domanda paradossale: avete il possesso dei vostri dati personali?

“Dovremmo creare un modello economico che dia più potere alle persone anziché alla società”

Jennifer Zhu Scott

Il dibattito sulla privacy sul web è diventato molto fitto in questi ultimi mesi, sebbene sia una battaglia che come consumatori abbiamo perso da anni.

Riflettiamo: quanti anni sono che siamo presenti sul web? Personalmente almeno 15, e in questi 15 anni avrò messo una spunta sul famoso “accetta di condividere il trattamento dei dati personali” non esagero: almeno un migliaio di volte.

Senza contare quando questa pratica – ancor prima – veniva fatta in maniera scritta tramite una firma su carta stampata. Quante “card” di supermercati/negozi sottoscriviamo per avere sconti?

Ogni volta che spuntiamo un “accetta” scegliamo deliberatamente di rinunciare ad una piccola parte dei nostri dati personali, quindi della privacy: dalle fidelity card, ai quiz su internet ai banner pubblicitari.

Non è un caso che il nostro numero telefonico venga poi sommerso da telefonate promozionali o la nostra casella email riempita di spam. O peggio ancora: facile attacco di email indesiderate in cui tipicamente viene richiesto un presunto “riscatto” in bitcoin per evitare la pubblicazione di ancor più presunte foto compromettenti (e inesistenti)?

Come se poi chiunque sapesse acquistarli (per chi volesse sapere come si acquistano i bitcoin potete leggere questo articolo).

Ma il fattore più grave è un altro.

Noi decidiamo di cedere il trattamento dati GRATIS.

Gratuitamente.

Come ben spiga Jennifer Zhu, imprenditrice e tecnologa, nell’illuminante TED che vi propongo oggi: le persone dovrebbero esser consce del valore che ha la proprietà dei dati e dell’impatto sociale che ha la cessione di questi ultimi. Spiegandoci perché dovremmo far pagare il trattamento dati personali.

Il video che segue è in inglese, ma con sottotitoli in italiano. Se non fossero già attivi basta lanciare il video e cliccare sull’icona in basso a destra a forma di “fumetto rettangolare“, selezionando poi “italiano

La gestione dati personali diventa un profitto per le aziende

I dati che cediamo gratuitamente per le aziende tecnologiche e di big data hanno un enorme valore.

Esiste un vero e proprio mercato dei dati che, con la nostra firma, noi autorizziamo quando accettiamo di “cederli a terzi per finalità di mercato”. Questi dati alimentano le società tecnologiche il cui fatturato è in continua crescita come riporta il sito crowdm: basti pensare che nel 2020 rasenta i 56 miliardi di dollari.

fatturato mercato Big Data Market
crowdm – Crescita fatturato aziende big data

Questi dati vengono utilizzati per profilare la clientela e hanno scopi differenti:

  • creare proposte di valore, ossia prodotti che soddisfino sempre più nel dettaglio i bisogni delle persone.
  • promozionali: proporre al cliente un prodotto che il cliente stesso stava già cercando. Ad esempio quando ci compare su un social la pubblicità proprio del frigorifero che stavamo osservando il giorno prima su un altro sito.

Quest’ultima categoria però vizia il mercato stesso, complice anche il web.

Mi spiego meglio: torniamo all’esempio del frigorifero di cui sopra. Se io avessi davanti due frigoriferi potrei confrontare le loro caratteristiche: potrei scoprire che il frigorifero A ha una classe energetica peggiore del frigorifero B, a parità di costo.

Ma se il frigorifero B viene nascosto o reso meno visibile, io tenderò ad acquistare il frigorifero A credendo che sia una buona opzione e ignorando che possa esserci di meglio.

E’ un esempio molto semplicistico: sappiamo quanto oggi sia semplice confrontare elettrodomestici online e leggerne le recensioni. E’ però il concetto alla base che deve essere chiaro: il web non ci sta mostrando tutte le opzioni, ne sta privilegiando alcune a svantaggio di altre.

Parlo genericamente di “web” ma sarebbe più corretto parlare di motori di ricerca: chi infatti gestisce queste iterazioni sono i browser e – va da se – in particolare Google che detiene quasi il monopolio tra i browser più usati.

Ma esiste il modo per evitare il tracciamento su Google?

La risposta è si: uno dei metodi più semplici è quello della navigazione in incognito, che si può fare semplicemente andando su “personalizza” di questa stessa pagina di chrome su cui siete (i tre puntini verticali in alto a destra) e cliccando “navigazione in incognito”. Vi aprirà così una nuova pagina in cui non verrete tracciati.

Un metodo ancora più smart è duckduckgo.com: è sia una app scaricabile su iOS e Android (con un suo browser dedicato) che un’estensione di Chrome scaricabile, per chi non volesse rinunciare a Google come motore di ricerca.

Duckduckgo consente di navigare in maniera privata grazie alla navigazione criptata: in questa maniera non consente ai tracker di Google di tracciare i siti che visitiamo.

Ma c’è un metodo ancor più rivoluzionario: il browser Brave

Brave è un browser di recente nascita e ancora poco conosciuto che punta il focus su noi utenti e sulla gestione consapevole dei propri dati.

Brave, infatti, oltre a garantire la privacy e il blocco dei trackers fa molto di più: consente agli utenti di guadagnare dalla condivisione dei propri dati.

Questo approccio si dimostra duplicemente vincente perché tende ad attrarre:

  • sia chi da rilevanza assoluta alla propria privacy e non vuole la condivisione dei dati
  • sia chi invece è disposto a cedere il trattamento dati ma a fronte di un adeguato pagamento

In questa maniera ogni singolo utente torna a riprendere possesso dei propri dati e, soprattutto, questi ultimi guadagnano il loro effettivo valore.

I presupposti ci sono tutti: vedremo nei prossimi anni se questo browser riuscirà ad avere successo.

Ipotizzando che ciò avvenga noi potremmo beneficiare di quello che la Zhu nel video definisce “reddito universale“. Un reddito accessibile a chiunque perché basato sull’unica cosa che tutti noi possediamo: i nostri dati e le nostre preferenze.

I risvolti potrebbero essere molteplici e non tutti positivi. Ma per il momento è un’utopia, quindi torniamo alla realtà.

La sfida di Weople

Un’altra interessante realtà che ho scoperto durante una conferenza è la app Weople. Questa app tutta italiana (di cui andrebbe migliorata la versione desktop, un bel po’ lenta) mi ha subito incuriosito: punta a recuperare prima e monetizzare poi i propri dati personali.

Testualmente Weople è “La prima Banca per investire e recuperare valore dai tuoi dati, proteggerli e agire i tuoi diritti di privacy”. Questo progetto è nato nel 2018 e punta a creare una sorta di “class action” in cui gli utenti richiedono in massa alle aziende la restituzione dei dati. Più utenti si iscrivono, maggiore sarà l’impatto sulle aziende contattate.

Si possono selezionare dalla app tutte le aziende di cui abbiamo una card o con cui siamo afffiliate e contattarle a questo proposito.

Ho attivato la app quando c’erano poche migliaia di utenti e le prime proposte di recupero dati sono arrivate dopo qualche mese. E’ un processo lungo, ma credo valga la pena provarci.

Vi farò sapere aggiornamenti su eventuali rimborsi, ad oggi ancora non avvenuti.

Se decideste di iscrivervi potete inserire il codice PX3J2H5CL1. Dovrebbe da

In conclusione: perché dovremmo far pagare i dati personali?

Semplice: perché sono un nostro patrimonio e soprattutto una risorsa, oltre che un nostro diritto.
E che decidiate o meno di monetizzarli, l’importante è comprenderne il valore: i nosrti dati e le nostre scelte ci rendono vulnerabili e “malleabili”.

E spero che le parole di Jennifer Zhu Scott vi facciano riflettere anche solo qualche secondo in più la prossima volta che davanti ad un banner cliccherete un “accetto.

Infografica perché dovresti farti pagare per il trattamento dei tuoi dati personali e come farlo
Trattamento dati personali

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