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Il Rapporto P/E

Mi è capitato spesso di sentire persone interessate all’acquisto di un asset perché pensasse di fare un affare. L’unico motivo che spingeva queste persone era la moda del momento piuttosto che analizzare semplici parametri come il rappoto P/E. 

Il prezzo di un’azione, ad esempio, è il risultato della domanda e offerta del mercato, per questo motivo spesso tale prezzo non coincide con il valore intrinseco dell’azienda.

Questo porta a un apprezzamento di alcuni titoli più per motivi di pubblicità e di trend che di ragioni tecniche vere e proprie.

A questo proposito, il rapporto P/E può esserci utile a capire se un determinato asset o azione può essere considerato sopravvalutata o meno.

Il prezzo di un’azione è legato a tre macrofattori:
– Parametri fondamentali relativi ai guadagni e alla redditività di un’azienda derivanti dalla produzione e vendita di beni e servizi
– Parametri tecnici legati alla storia del prezzo, a modelli di grafici, alla dinamica e ai fattori comportamentali di operatori e investitori
Market sentiment

Prezzo di un’azienda

In un mercato efficiente il prezzo di un’azienda dovrebbe essere legato unicamente ai propri fondamentali.

Questi, volendo semplificare molto le cose possono tradursi in 2 parametri:
– Uno legato ai guadagni come l’earning per share (EPS) che rappresenta l’utile netto disponibile per gli azionisti ordinari 
– L’altro un multiplo che esprime le aspettative sul futuro dell’azienda, il Price/Earnings (P/E). Avremo quindi che un rapporto P/E alto indicherà una grande aspettativa da parte del mercato che quella specifica azienda vedrà i propri guadagni aumentati in futuro e viceversa.

Il prezzo di un'azione legato agli EPS e al rapporto P/E
Cosa determina il prezzo di un’azione: P/E e EPS

Proviamo a fare un esempio pratico per spiegare questi 2 parametri. Immaginiamo di studiare un’azienda A, avremo quindi che:
– Prezzo di mercato di A pari a 150 Euro
– EPS = 10 euro/azione dall’ultimo bilancio
– P/E=15. Il prezzo dell’azione è pari a 10 volte gli utili annuali

Molto semplicisticamente potremmo quindi dire che se il valore di P/E fosse basso potremmo considerare il prezzo di quell’asset sottovalutato, viceversa se fosse alto possiamo considerarlo sopravvalutato.

Questo parametro può essere, però, fuorviante. Durante una recessione, ad esempio, avremo un crollo degli utili delle aziende.

Essendo gli utili al denominatore di questo parametro, il rapporto P/E per un breve periodo vede impennarsi.

Questo potrebbe dare un falso segnale di un mercato caratterizzato da prezzi troppo alti e, quindi, poter farci perdere un possibile affare.

Prevedere il futuro prezzo di un’azione

Un studio postato su Yahoo Finance ci mostra la correlazione tra il rapporto P/E e il ritorno dell’investimento dopo 1 anno relativo all’indice S&P500. Si può notare dal grafico in basso che storicamente non c’è stata alcuna relazione tra questi 2 parametri.

Ciò sta a indicare che il P/E nel breve non ci aiuta a prevedere se il prezzo dell’azione è destinato a salire o scendere.

Il rapporto P/E vs rendimenti nel breve termine
P/E vs rendimenti dopo 1 anno

Lo stesso articolo, però, ci mostra che le cose cambiano se considerassimo un arco temporale più lungo.

In particolare il rapporto P/E si relaziona bene al ritorno d’investimento dopo 10 anni. Minore è il rapporto P/E, e di conseguenza la fiducia sul futuro dell’indice USA, più è alto il rendimento futuro che otteniamo.

Uno dei parametri più usati in borsa è il rapporto P/E. Questo permette di capire quanto un mercato è sopravvalutato. Un altro parametro similare è il CAPE
P/E vs rendimenti dopo 10 anno

Come detto in precedenza, però, il rapporto P/E ha dei limiti. Infatti, se gli EPS dovessero scendere, a pari prezzo dell’asset, il P/E aumenterebbe.

Andando ad analizzare come è cambiato l’andamento di questo parametro storicamente notiamo che subito dopo la bolla del dotcom nel 2000 si è avuto un picco in alto nonostante il crollo del mercato USA.

A tal proposito vi allego in basso un grafico dove viene mostrato l’andamento del rapporto P/E relativo all’indice S&P500 con le varie crisi finanziare (bande grigie).

Il rapporto P/E di S&P500
P/E legato alle crisi finanziarie

Il rapporto P/E e il CAPE

Per superare i limiti del rapporto P/E, l’economista premio Nobel Robert Schiller ha introdotto un nuovo parametro: il CAPE (cyclically adjusted price-to-earnings).

Il CAPE rappresenta il rapporto prezzo utili aggiustato per i cicli. In pratica viene preso il prezzo di un titolo o il valore di un indice e viene confrontato, invece che con l’ultimo andamento degli utili, con un media a 10 anni degli stessi utili. La fotografia del mercato viene quindi estesa a un arco temporale molto lungo capace di cogliere le varie fasi di mercato rispetto al rapporto P/E.

Questo parametro permette di fare previsioni a lungo termine molto più affidabili del rapporot P/E stesso.

La tabella in basso, presa dal blog Value Walk, mostra come storicamente valori alti CAPE sono stati seguiti poi da bassi rendimenti in tutti gli indici delle 39 nazioni analizzate.

Coloro, quindi, che sono entrati nel mercato in periodi di grande euforia, spinti più dal sentiment del mercato che altro, hanno poi visto grosse perdite o, comunque, rendimenti minori.

CAPE vs Rendimenti
CAPE legato ai rendimenti in 39 stati diversi

Un altro articolo pubblicato su Seeking Alpha ci mostra una correlazione più dettagliata tra il CAPE e i rendimenti dei mercati nei successivi 10-15 anni.

CAPE vs rendimenti in 10-15 anni
Relazione tra CAPE e rendimenti

Si può comunque notare una forte correlazione tra questo paramentro e il rendimento dei mercato nel lungo termine.

Nonostante ciò i dati ci mostrano anche che non esiste una soglia di CAPE che possiamo considerare alta o di allerta univoca per tutti i mercati. Ad esempio, gli indici di Danimarca e Svezia hanno registrato rendimenti elevati nonostante valori di CAPE relativamente alti.

Strategia legata al CAPE

Durante le mie ricerche sono incappato in uno studio interessante redatto da Meb Faber Research. In questo articolo hanno ipotizzato 2 strategie strettamente legate al CAPE.

Nella prima si sono focalizzati sul mercato USA

Nello specifico la strategia prevede di:
Investire in azioni se CAPE < 20
Se CAPE >20 investire in obbligazioni a scadenza decennale (Switch 10 years) o trentennale (Switch 30 years)

Alla base di questo studio c’è la correlazione tra azioni e obbligazioni già spiegata in questo articolo.

Strategia d'investimento legata al CAPE USA
Strategia d’investimento legata al CAPE USA

La tabella in basso ci riassume bene il vantaggio di questa strategia, cioè:
– Le 2 strategie hanno permesso di avere perdite minori rispetto allo S&P500
– La strategia Switch30, inoltre, ha permesso di avere un rendimento più alto rispetto a quello dell’indice USA.

Investire negli indici azionari globali con CAPE minore

La seconda strategia analizzata, invece, prevede di Investire negli indici azionari globali con CAPE minore.

Strategia d'investimento legata al CAPE Mondo
Strategia d’investimento legata al CAPE Mondo

In questo caso il rendimendo che si sarebbe ottenuto avrebbe più che triplicato quello del S&P500.

Rispetto alle 2 strategie descritte sopra (Switch) avremmo, però, dovuto accettare una perdita massima maggiore.

In conclusione

Quando valutiamo se comprare un asset dobbiamo capire se il prezzo è stato gonfiato da alte aspettative future. Nella maggior parte dei casi il prezzo non corrisponde al reale valore.

Il rapporto P/E e il CAPE sono degli indici utili e facili da reperire ma non sono le uniche voci da considerare.

Non credo cioè che possiamo basare una strategia di portafoglio basandoci solo sul rapporto P/E o sul CAPE ma sono parametri che ci possono aiutare nelle nostre valutazioni.

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